Psicopatologia dei cicli economici e della politica

Orologio dei cicli economici psicologia

Definizione e caratteristiche del ciclo economico

I cicli economici sono stati definiti da Mitchell (1927) in questo modo: “il ciclo economico consiste in espansioni che avvengono quasi in contemporanea in molte attività economiche, seguite da recessioni e contrazioni egualmente generali, e da riprese che confluiscono poi nella fase di espansione del ciclo successivo”.

Un altro aspetto dei cicli economici è la classificazione di essi in base alla loro durata e ampiezza nel tempo.
Schumpeter (1939) individuò tre sequenze: cicli brevi, aventi una lunghezza non superiore ai quaranta mesi e conosciuti anche come “inventory cycle“; cicli medi di durata compresa tra i sette e gli undici anni, sono intervalli che separavano le maggiori crisi commerciali; cicli lunghi, con durata secolare.
Una quarta sequenza fu individuata da Kuznets (1923) con una durata tra i quindici e i venticinque anni, legata alla ampiezza e vita media delle infrastrutture e tecnologie industriali e alla loro sostituzione per obsolescenza.

Gli effetti psicologici politici e sociali dei cicli economici

Gli economisti sono d’accordo riguardo alle caratteristiche, durata e fasi dei cicli economici. Al contrario, il dibattito iniziato nel secolo scorso sulle cause e gli effetti anche di ordine psicologico e sociale che determinano le fasi del ciclo economico, è ancora oggi aperto e ricco di argomentazioni e tesi. Infatti, se spesso vi è la tendenza ad individuare, di volta in volta, la causa specifica di una contingenza delle fluttuazioni economiche, tuttavia la ciclicità di tali oscillazioni lascia intravedere al ricercatore smaliziato che ci siano motivazioni molto più profonde.


La teoria del ciclo economico austriaca (in inglese Austrian business cycle theory) è una teoria economica, forse la più importante della scuola austriaca, che ha trattato il fenomeno dei cicli economici. Gli economisti austriaci sostengono che le banche centrali siano la causa del cosiddetto ciclo economico, attraverso un costante aumento dell’offerta di moneta. I risultati di tale politica monetaria sono tassi tenuti artificiosamente bassi, e di conseguenza un boom caratterizzato da una maggiore richiesta di investimenti che in una situazione normale non sarebbero stati richiesti, e quindi una collocazione deficitaria e falsificata di tali investimenti. La correzione di tale situazione, chiamata generalmente recessione, diventa quindi necessaria per una ricollocazione ottimale delle risorse.

Il ruolo delle banche centrali nella creazione artificiosa dei cicli economici

In una prima fase, sia Ludwig von Mises (The Theory of Money and Credit, 1912) che Friedrich Hayek (Monetary Theory and the Trade Cycle, 1929) si concentrarono sugli aspetti monetari. In particolare, Hayek riprendeva l’analisi di Wicksell, ritenendo sempre possibile un livello del tasso monetario inferiore rispetto al tasso naturale.
Questa forzatura dei bassi tassi di interesse monetari, creata artificiosamente dalle banche centrali e istituzioni internazionali (privati), a livello psicologico genera: nuove opportunità di business, nuove invenzioni o scoperte, apre nuovi mercati e settori tecnologici, una riduzione dei salari per effetto dell’immigrazione ecc., ovvero di qualsiasi situazione possa generare un miglioramento nelle aspettative del loro profitto.
Inoltre riteneva che, in teoria, si sarebbe dovuta mantenere costante l’offerta di moneta imponendo alle banche di non concedere prestiti se non nella misura della loro raccolta in moneta; considerando tuttavia irrealizzabile una tale soluzione. Perché era una soluzione di buon senso mentre l’economia non usa il buon senso ma è strumentale al raggiungimento degli obiettivi di una élite di aristocrazia finanziaria.
Egli raccomandava che le banche fossero caute nel concedere credito e poiché si iniziava a comprendere sempre di più la della natura dei cicli economici e la consapevolezza delle loro fasi.

Grazie a istituzioni private come la Federal Reserve e alla Banca Centrale Europea (i cui membri del comitato esecutivo godono di completa immunità dalle azioni legali quando agiscono in “forma ufficiale”), è quindi possibile controllare la politica economica e sociale del 30% dell’economia mondiale. Infatti solo la Cina è davanti mentre Unione Europea e Stati Uniti sono rispettivamente al secondo e terzo posto a livello di PIL.

Questa élite di aristocrazia finanziaria crea deliberatamente fasi economiche espansive e recessive manipolando e indirizzando il sistema secondo scopi politici ed economici, utilizzando le leve della psicologia di massa, che è ben risaputo avere reazioni più viscerali e con livello cognitivo basso a causa dell’omologazione e della creazione di stereotipi prodotti dai mass-media. La gestione della psicologia delle masse, unita alla capacità di creare, manipolare e gestire le variabili economiche, sono strumenti potenti per la creazione dei cicli economici espansivi e recessivi.

Psicologia delle masse e opinione pubblica

L’antropologo e psicologo francese Gustave Le Bon (1841-1931) aveva pubblicato uno scritto intitolato La psicologia delle folle. La personalità di ciascun individuo andava infatti svanendo, e si formava in una sorta di “anima collettiva”. Le folle vengono definite “poco inclini al ragionamento ma adattissime all’azione”, perché spinte dall’istinto da fenomeni inconsci facili da indirizzare se di gestisce la politica e l’economia. La massa si lascia trascinare e influenzare da quello che gli altri fanno o dicono. Ogni folla ricerca poi sempre l’autorità di un capo, di un trascinatore.
Anche Sigmund Freud, in un saggio intitolato Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) afferma che tutti i componenti della folla si identificano in un capo in cui vedono un proprio “Io ideale”, cioè quella personalità che ciascuno vorrebbe essere. Normalmente questo leader è una persona che riesce a prendere piede facilmente perché parla alla pancia e non alla testa delle persone.
Gabriel Tarde, famoso sociologo e criminologo francese, professore di filosofia moderna al Collège de France, nel 1901 contraddisse l’amico Le Bon là dove questi considerava preponderante la voce delle masse: la folla era infatti per Tarde “il gruppo sociale del passato”. Era il pubblico, il “gruppo sociale del futuro”. Il pubblico moderno era un’entità un po’ diversa dalla massa: più ristretta, economicamente superiore, lontano dalla piazza, dalle conversazioni faccia-a-faccia e dal dibattito politico diretto. Si trattava essenzialmente di “una collettività, una dispersione di individui fisicamente separati la cui coesione è interamente mentale“.

«La stampa unifica e rinvigorisce le conversazioni… Ogni mattina i giornali forniscono al proprio pubblico le conversazioni del giorno… questa crescente somiglianza di conversazioni simultanee in un sempre più vasto dominio geografico è una delle più importanti caratteristiche del nostro tempo. […] I giornali hanno unificato nello spazio e diversificato nel tempo le conversazioni degli individui. … Anche coloro che non leggono giornali, parlando con quelli che lo fanno, sono costretti a seguire il solco tracciato dai pensieri presi in prestito di quelli..

Gabriel Tarde, “The Public and the Crowd”, in On Communications and Social Influence: Selected Papers (Chicago, 1969), pp. 312, 304

Gli studi di Le Bon e Tarde arrivarono subito negli Stati Uniti, il cui ordine sociale era travagliato quanto quello europeo. Uno dei primi e maggiori sostenitori di Gustave Le Bon in America fu proprio il presidente Theodore Roosevelt: nel corso della sua presidenza (1901-1908) “teneva gli scritti del francese sempre a portata di mano”

Robert Ezra Park,uno dei maggiori sociologi degli Stati Uniti, nel 1904 scrisse “La folla e il pubblico“. Park portava Le Bon in America e, dopo aver affrontato il tema dello sviluppo dei media, notò come l’opinione pubblica stesse diventando sempre meno distinguibile dalla mente delle masse:

“la cosiddetta opinione pubblica è generalmente niente più che un semplice impulso collettivo che può essere manipolato dagli slogan. … Il giornalismo moderno, che dovrebbe istruire e dirigere l’opinione pubblica riportando e discutendo gli eventi, solitamente si sta rivelando come un semplice meccanismo per controllare l’attenzione della collettività. L’opinione che si viene a formare in questa maniera, ha una forma logicamente simile al giudizio derivato da una percezione irriflessiva: l’opinione si forma direttamente e simultaneamente alla ricezione dell’informazione”

Park Robert E., The Crowd and the Public and Other Essays, (University of Chicago Press, 1972), pp.56-57

Nel 1908 nasce ufficialmente la Psicologia sociale: gli autori sono lo statunitense Edward A. Ross e il britannico William McDougall (in quell’anno pubblicarono due libri con lo stesso titolo, “Social Psychology“). Nel libro di Ross si rende noto come i nuovi media abbiano la facoltà, senza precedenti nella storia dell’uomo, di “annichilire lo spazio”, e di rendere possibile l’uniformità della moderna opinione pubblica:

“La presenza non è essenziale per la suggestione della massa. Il contatto mentale non è più vincolato dalla prossimità fisica… I nostri espedienti annullano lo spazio, rendono uno shock quasi simultaneo. Un vasto pubblico condivide la stessa rabbia, allarmi, entusiasmi e orrori. Quindi, quando una parte della massa viene a conoscenza dei sentimenti della restante parte, le sensazioni si generalizzano e si intensificano.”

Edward Alsworth Ross, Social Psychology (New York, 1908), p.63

Nello stesso anno Graham Wallas, prestigioso docente di Harvard ed insegnante, tra gli altri, del giovane Walter Lippman, pubblicò “Human Nature in Politics“:

Chiunque cerchi di basare il suo pensiero politico su di un riesame del funzionamento della natura umana, deve iniziare col tentare di superare la tendenza alla sopravvalutazione delle facoltà intellettive della razza umana […] Possiamo assumere che ogni azione umana è il risultato di un processo intellettuale, attraverso il quale l’uomo prima pensa ad un fine desiderato e dopo calcola gli strumenti attraverso i quali quell’obbiettivo può essere raggiunto. […] L’empirica arte della politica consiste largamente nella creazione di opinioni, nel deliberato sfruttamento delle deduzioni subconsce e non-razionali

Graham Wallas, Human Nature in Politics, (New York, 1908, 1921), pp.45,52

E’ chiaro che da sempre l’élite aristocratica finanziaria gestisce anche i cosiddetti mezzi di informazione ufficiali (stampa, radio, TV, social network, telecomunicazioni) tramite fondi di investimento, società per azioni e proprietari di “facciata”, creando quindi le forme pensiero e gli stereotipi collettivi che plagiano e plasmano la psicologia delle masse verso la convergenza del pensiero unico. E’ chiaro quindi che chi gestisce l’economia, godendo di una piena immunità sugli effetti prodotti, potrà innescare dei cicli economici espansivi o recessivi manipolando l’opinione pubblica.
Gli effetti sono quindi chiari. Tramite i media e la finanza si inducono le persone a compiere delle azioni collettive che altrimenti non verrebbero prese. La finanza innesca i cosiddetti “stato di emergenza o di necessità”.
Vulgus vult decipi, ergo decipiatur è un motto in latino che significa «Il popolo vuole essere ingannato, e allora sia ingannato». Viene attribuito al cardinale Carlo Carafa (1517 – 1561).

Utilizzare la psicologia delle masse e l’opinione pubblica a livello politico-economico

Un esempio di come utilizzare la psicologia delle masse a livello politico-economico ci fu nel cosiddetto “panico del 1907 e quando scoppiò la crisi del 1929. Nel 1907 si innescò una isteria di massa, grazie alle informazioni che vennero viralizzate dai mass-media dell’epoca, su una presunta crisi di liquidità che portò le persone alla “corsa agli sportelli” facendo fallire molte banche nazionali (non private). A seguito di questa crisi la Fed fu istituita con l’approvazione del Federal Reserve Act del 23 dicembre 1913. Proprio a Natale quando l’opinione pubblica erano disattenta. Dopo poco più di un decennio invece di stabilizzare il mercato, che era lo scopo per il quale la Federal Reserve fu istituita, essa perseguì al contrario una politica monetaria restrittiva, che aggravò le conseguenze della depressione. Infatti, dopo il crollo della Borsa nell’ottobre 1929, la Fed continuò a contrarre l’offerta di moneta e rifiutò di salvare le banche in difficoltà causando una nuova “corsa agli sportelli“.
Di fatto fece fallire nuovamente molte banche e aziende in settori strategici creando un nuovo storno del sistema: meno concorrenti meno persone sedute al tavolo delle trattative.

A cosa servono i cicli economici?

In alcuni paesi virtuosi si crea una bolla (o fase toro) dove i contratti, gli stipendi, il tenore di vita, la produzione salgono. Si sfrutta quindi la creatività di quel paese creando una contingenza economica favorevole in quella fase di prosperità. La fase economica propizia, unita alla creazione di nuovi mercati e innovazioni tecnologiche, fa gola a molti player che entrano ad affollare l’arena competitiva a causa dei buoni profitti.
Ecco quindi che si crea il picco in alto e l’occasione per innescare una recessione. L’élite della aristocrazia finanziaria innesca una crisi ad hoc utilizzando eventi collaterali come guerre, terrorismo, carestie e epidemie. A seguito della crisi poi, viene iniettata nuova liquidità creando nuovo debito per le generazioni future.
Il nuovo debito aperto genera un tasso di interesse che remunera esponenzialmente l’élite della aristocrazia finanziaria. Praticamente è un pozzo di denaro che si alimenta in maniera esponenziale ad ogni crisi.
Molte aziende piccole falliscono. Rimangono vive le multinazionali globalizzate. Si crea una concentrazione dei business in mano a poche grandi aziende fortemente capitalizzate e finanziate da fondi di investimento a capo dei soliti noti. Molte di queste multinazionali, soprattutto nel campo tecnologico di internet, sfruttano la leva del signoraggio commerciale erodendo e accentrando il guadagno di piccole aziende o privati. Inoltre grazie al gioco delle scatole cinesi e dei paradisi fiscali pagano pochissime tasse.

Ogni crisi economica fa guadagnare miliardi di dollari e di euro in tassi di interesse in comode rate. Inoltre le aziende che vengono reputate ad alto potenziale vengono salvate e finanziate acquisendone di fatto il controllo, mentre falliscono una pletora di inutili e piccoli concorrenti.

Questa ripetizione dei cicli economici viene ormai perpetrata da secoli, millenni. Già molto prima dei tempi degli antichi romani era in atto. Inoltre più la popolazione cresce in maniera indiscriminata e più ravvicinate saranno le frequenze delle alternanze dei cicli economici.

Ciliegina sulla torta ricordiamo che Daniel Kahneman (Tel Aviv, 5 marzo 1934) è uno psicologo israeliano, vincitore, insieme a Vernon Smith, del Premio Nobel per l’economia (appunto lui era uno psicologo) nel 2002 «per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza» (da Wikiperdia).

Tradotto significa: “grazie Kahneman ti meriti un Nobel, in un campo diverso da quello scientifico, per averci fatto capire come poter trarre il massimo beneficio dalle situazioni di incertezza che noi creiamo con i cicli economici. Possiamo stimolare i comportamenti reattivi degli elettori per qualsiasi fine”.
Gli studi di Daniel Kahneman hanno dimostrato in maniera inconfutabile come strumentalizzare i mass media, dopo aver creato situazioni artificiali. I popoli non sono più liberi di prendere decisioni ma di seguire il flusso dello stato di necessità creato ad hoc per spingerli a compiere azioni analiticamente illogiche e quindi irrazionali.

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