Il mito della Caverna di Platone spiegato facile!

Uno dei primi “complottisti” della storia occidentale antica è senza dubbio Platone con il suo “mito della caverna“. Si trova all’inizio del settimo libro della “Repubblica (libro VII, 514 b – 520 a). Della “serie” come gestire il popolo istruzioni per l’uso.

Chi era Platone?

La sua data di nascita viene fissata da Apollodoro di Atene, nella sua Cronologia, all’ottantottesima Olimpiade, nel settimo giorno del mese di Targellione, ossia alla fine di maggio del 428 a.C.
Platone nacque ad Atene da genitori aristocratici: il padre Aristone, che vantava tra i suoi antenati Codro, l’ultimo leggendario re di Atene, gli impose il nome del nonno Aristocle. La madre, Perictione, secondo Diogene Laerzio discendeva dal famoso legislatore Solone.
Era quindi un uomo colto e faceva parte di una oligarchia ristretta di uomini di spicco del tessuto sociale greco.
Inoltre per lignaggio fu istruito alla gestione del popolo e della masse dato che i suoi antenati erano importanti figure politiche. A casa di Platone non si parlava di “Uomini e donne” o “Temptation Island“, per intenderci, ma di come governare e indirizzare le masse a fini governativi.

Perché il mito della caverna?


In quel periodo le classi sociali erano poche. Potremmo dividere la popolazione in due. Le persone colte/aristocratiche (che SAPEVANO) e il popolo/ignorante (che CREDEVA). Anche oggi la distinzione è tutt’ora pregna di significato dopo oltre 2400 anni!
Pochissime persone del popolo sapevano leggere e scrivere ecco quindi che l’aristocrazia usava i testi scritti (a cui il popolo non aveva accesso), per tramandare prassi politiche per governare la popolazione sotto forma di metafore. Il popolo non capiva il suo aspetto “nascosto/decodificato” ma ci vedeva una “storia fantasiosa” che veniva raccontata nei teatri o nelle piazze come oggi accade nei cinema o in TV. Le storie mitologiche ed epiche erano le serie TV dell’epoca. Venivano raccontate a puntate dato che erano lunghe. Ogni “serie TV” dell’epoca (come oggi) aveva due plot narrativi: uno di fantasia visibile a tutti e uno di verità nascosto nella sotto-trama.

Il pensiero di Platone nel mito della caverna: il suo significato

Come detto la tesi del mito della caverna appare nel VII libro dei trattati scritti su la Repubblica. Essa è vista dai critici più affermati come la sublime sintesi del pensiero di Platone in tutta la sua opera.

Esorto il lettore attento, volenteroso e “non ingenuo” (sindrome molto diffusa in passato così come ai tempi odierni) di andare su internet e leggere le sintesi dei dieci libri di Platone su la Repubblica.
Nel primo libro per esempio si parla di giustizia vs ingiustizia. I giusti, afferma Trasimaco, nelle relazioni con gli ingiusti perdono sempre, sia nei contratti d’affari, sia quando si tratta di pagare le tasse, sia quando si tratta di ricoprire una carica pubblica.

Per Trasimaco, l’ingiustizia è arete (virtù) e la giustizia una nobile ingenuità. Gli ingiusti sono prudenti e agathoi (ammirati e potenti), se riescono a realizzare l’ingiustizia perfetta, sottomettendo città e popoli (oggi diremmo mercati e settori economici). Conclude sentenziando che questa ingiustizia è eccellenza e sapienza.
Incoraggiamo il lettore virtuoso ad approfondire le tematiche trattate nei dieci libri per comprendere come da quell’opera sia nata la moderna arte della gestione dei popoli “ignoranti”.


Platone quindi definisce che il vero filosofo o saggio è colui che ama la verità (aletheia) e non insegue l’opinione (doxa). Infatti colui che insegue l’opinione avrà solamente una visione soggettiva e duale delle cose, mentre chi insegue la verità avrà un concetto puro e concreto in ogni occasione, ed è proprio per spiegare questo concetto che Platone, attraverso le parole di Socrate, utilizza la metafora della caverna.
Egli descrive una sorta di complotto ben ordito dal potere politico che proietta una falsa verità dentro una grotta, luogo chiuso e dalle vedute ristrette. Solo dualità: bello-brutto, giusto-sbagliato, eroe-nemico, buono-cattivo, intelligente-stupido…

MITO DELLA CAVERNA PLATONE

Il mito della caverna è ambientato in una grotta sotterranea, lontano dalla luce. Qui vi sono degli schiavi (che rappresentano i popoli, le genti), incatenati (che non hanno strumenti cognitivi per capire la realtà) e costretti a guardare solo davanti (subiscono le informazioni omologate del pensiero unico proiettate dai media ufficiali).
Dietro di loro vi è un fuoco (il vero sapere che però produce notizie artefatte e strumentali da parte della oligarchia finanziaria e politica), e tra il fuoco e loro vi è un muro costruito su una strada in salita (che rappresenta la difficoltà di NON USARE l’emotività e lo stato di necessità per reagire agli stimoli prodotti dal fuoco del sistema MA USARE logica e ragione).

La teoria del complotto di Platone


I prigionieri possono vedere quindi solo le ombre proiettate dal sistema, e non la realtà esistente.
Platone utilizza il fuoco per rappresentare la conoscenza, la verità ma la sua proiezione, che è l’ombra, rappresenta l’opinione basata sull’emotività e non sulla ragione.
Chi riesce a liberarsi da quelle catene, (ri)voltandosi non vedrebbe più ombre, bensì la realtà delle cose e cioè che esiste una oligarchia dietro di loro che le proietta.
Uscendo all’esterno, la luce della caverna non gli permetterebbe di distinguere bene gli oggetti (mondo fenomenico reale), accecato dalla luce (la verità).


Solo dopo un po’ di ambientamento nella nuova realtà (che era ignota prima), potrebbe riuscire a scrutare le cose direttamente ma sarebbe ancora incapace di volgere gli occhi al sole. Dopo un po’ di lavoro su se stesso e sulla capacità di creare connessioni tra gli eventi e ragionando come gli oligarchi, potrà fissare il sole di giorno e ammirare lo scintillio delle cose reali.


Lo schiavo che ora è libero dai condizionamenti degli stereotipi che i media creano porrebbe ora rimanere lì, nel mondo reale. Guai a scendere e tornare nella caverna per risvegliare le coscienze dei suoi compagni. Sarebbe deriso e respinto per il suo tentativo di convincerli ad uscire e alla fine, probabilmente, anche ucciso dai vecchi compagni, infastiditi dal suo vano tentativo di portarli alla “luce” (non è possibile cambiare coloro i quali non vogliono essere cambiati perché essi lo eviterebbero come la peste).

Testo integrale de il “Mito della Caverna” di Platone tratto da “Repubblica”, VII [514a – 517c]:

L’entrata nella caverna

«Pensa a uomini chiusi in una specie di caverna sotterranea, che abbia l’ingresso aperto alla luce per tutta la lunghezza dell’antro; essi vi stanno fin da bambini incatenati alle gambe e al collo, così da restare immobili e guardare [514b] solo in avanti, non potendo ruotare il capo per via della catena. Dietro di loro, alta e lontana, brilla la luce di un fuoco; e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale immagina che sia stato costruito un muricciolo; come i paraventi sopra i quali i burattinai, celati al pubblico, mettono in scena i loro spettacoli».

«Li vedo», disse.

«Immagina allora degli uomini che portano lungo questo muricciolo [514c] oggetti d’ogni genere sporgenti dal margine, e statue [515a] e altre immagini in pietra e in legno delle più diverse fogge; alcuni portatori, com’è naturale, parlano, altri tacciono». «Che strana visione», esclamò, «e che strani prigionieri!». «Simili a noi»; replicai: «innanzitutto credi che tali uomini abbiano visto di se stessi e dei compagni qualcos’altro che le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna di fronte a loro?» «E come potrebbero», rispose, «se sono stati costretti per tutta la vita a tenere [515b] il capo immobile?».

Le ombre

«E per gli oggetti trasportati non è la stessa cosa?». «Sicuro!». «Se dunque potessero parlare tra loro, non pensi che prenderebbero per reali le cose che vedono?» «È inevitabile». «E se nel carcere ci fosse anche un’eco proveniente dalla parete opposta? Ogni volta che uno dei passanti si mettesse a parlare, non credi che essi attribuirebbero quelle parole all’ombra che passa?» «Certo, per Zeus!». [515c] «Allora», aggiunsi, «per questi uomini la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti». «È del tutto inevitabile», disse.

La liberazione dalle catene

«Considera dunque», ripresi, «come potrebbero liberarsi e guarire dalle catene e dall’ignoranza, se capitasse loro naturalmente un caso come questo: qualora un prigioniero venisse liberato e costretto d’un tratto ad alzarsi, volgere il collo, camminare e guardare verso la luce, e nel fare tutto ciò soffrisse e per l’abbaglio fosse incapace di scorgere quelle cose [515d] di cui prima vedeva le ombre, come credi che reagirebbe se uno gli dicesse che prima vedeva vane apparenze, mentre ora vede qualcosa di più vicino alla realtà e di più vero, perché il suo sguardo è rivolto a oggetti più reali, e inoltre, mostrandogli ciascuno degli oggetti che passano, lo costringesse con alcune domande a rispondere che cos’è?

Non credi che si troverebbe in difficoltà e riterrebbe le cose viste prima più vere di quelle che gli vengono mostrate adesso?» «E di molto!», esclamò. [515e] «E se fosse costretto a guardare proprio verso la luce, non gli farebbero male gli occhi e non fuggirebbe, voltandosi indietro verso gli oggetti che può vedere e considerandoli realmente più chiari di quelli che gli vengono mostrati?» «È così», rispose. «E se qualcuno», proseguii, «lo trascinasse a forza da lì su per la salita aspra e ripida e non lo lasciasse prima di averlo condotto alla luce del sole, proverebbe dolore [516a] e rabbia a essere trascinato, e una volta giunto alla luce, con gli occhi accecati dal bagliore, non potrebbe vedere neppure uno degli oggetti che ora chiamiamo veri?» «No, non potrebbe, almeno tutto a un tratto», rispose.

La verità della Luce

«Se volesse vedere gli oggetti che stanno di sopra avrebbe bisogno di abituarvisi, credo. Innanzitutto discernerebbe con la massima facilità le ombre, poi le immagini degli uomini e degli altri oggetti riflesse nell’acqua, infine le cose reali; in seguito gli sarebbe più facile osservare di notte i corpi celesti e il cielo, alla luce delle stelle [516b] e della luna, che di giorno il sole e la luce solare». «Come no?»

«Per ultimo, credo, potrebbe contemplare il sole, non la sua immagine riflessa nell’acqua o in una superficie non propria, ma così com’è nella sua realtà e nella sua sede». «Per forza», disse. «In seguito potrebbe dedurre che è il sole a regolare le stagioni e gli anni e a governare tutto [516c] quanto è nel mondo visibile, e che in qualche modo esso è causa di tutto ciò che i prigionieri vedevano». «È chiaro», disse, «che dopo quelle esperienze arriverà a queste conclusioni».

La discesa nella vecchia dimora

«E allora? Credi che lui, ricordandosi della sua prima dimora, della sapienza di laggiù e dei vecchi compagni di prigionia; non si riterrebbe fortunato per il mutamento di condizione e non avrebbe compassione di loro?» «Certamente».

«E se allora si scambiavano onori, elogi e premi, riservati a chi discernesse più acutamente gli oggetti che passavano e si ricordasse meglio quali di loro erano soliti venire per primi, quali [516d] per ultimi e quali assieme. In base a ciò indovinare con la più grande abilità quello che stava per arrivare, ti sembra che egli ne proverebbe desiderio e invidierebbe chi tra loro fosse onorato e potente, o si troverebbe nella condizione descritta da Omero e vorrebbe ardentemente “lavorare a salario per un altro, pur senza risorse” e patire qualsiasi sofferenza piuttosto che fissarsi in quelle congetture e vivere in quel modo?» [516e] «Io penso», rispose, «che accetterebbe di patire ogni genere di sofferenze piuttosto che vivere in quel modo».

La morte del filosofo

«E considera anche questo», aggiunsi: «se quell’uomo scendesse di nuovo a sedersi al suo posto; i suoi occhi non sarebbero pieni di oscurità, arrivando all’improvviso dal sole?» «Certamente», rispose. «E se dovesse di nuovo valutare quelle ombre e gareggiare con i compagni rimasti sempre prigionieri prima che i suoi occhi, ancora deboli, si ristabiliscano, [517a] e gli occorresse non poco tempo per riacquistare l’abitudine, non farebbe ridere e non si direbbe di lui che torna dalla sua ascesa con gli occhi rovinati e che non vale neanche la pena di provare a salire? E non ucciderebbero chi tentasse di liberarli e di condurli su, se mai potessero averlo tra le mani e ucciderlo?» «E come!», esclamò.

La spiegazione di Platone del Mito della Caverna

«Questa similitudine», proseguii, «caro Glaucone, [517b] dev’essere interamente applicata a quanto detto prima: il mondo che ci appare attraverso la vista va paragonato alla dimora del carcere, la luce del fuoco che qui risplende all’azione del sole. Se poi consideri la salita e la contemplazione delle realtà superiori come l’ascesa dell’anima verso il mondo intellegibile; non ti discosterai molto dalla mia opinione, dal momento che desideri conoscerla. Lo saprà un dio se essa è vera.

Questo è dunque il mio parere: l’idea del bene è il limite estremo del mondo intellegibile e si discerne a fatica, ma quando la si è vista bisogna dedurre [517c] che essa è per tutti causa di tutto ciò che è giusto e bello: nel mondo visibile ha generato la luce e il suo signore, in quello intelligibile essa stessa, da sovrana, elargisce verità e intelletto, e chi vuole avere una condotta saggia sia in privato sia in pubblico deve contemplare questa idea». «Sono d’accordo con te», disse, «nei limiti delle mie facoltà».

Mito della caverna: Platone, Opere, Newton Compton, 1997.